martedì, novembre 28, 2006

La RhOdissea

La Rhodissea comincia quando nasce la comune idea di andare a trovare Marco in ospedale. Primo ostacolo: che ospedale? Veloce telefonata al padre del Mitrans che ci dice che si tratta dell’ospedale di Rho, quindi noi, associando Rho a Rho-Fiera ci gasiamo e pensiamo “bella, ci arriviamo senza problemi”...

Ad ogni modo, il giorno dopo il mitrans si fa dare da suo padre il numero del padre dello sgambo, in modo che in caso di problemi ci si può tenere in contatto. La Zanna salva il numero e tutto a posto. Finisce la giornata di scuola e ovviamente decidiamo di andare direttamente all’ospedale, quindi si decidono i ruoli, qualcuno deve andare a prendere i pasticcini da portare a Marco. Sottolineiamo che mentre il Mitrans si prende un Chees al Mac la Ramez proferisce la seguente frase: “Ma daiiiii mitra! Due panini?!?”... Anyway, Ramez e Seregn vanno davanti alla Colorni a prendere il vassoio con le paste mentre il resto del gruppo aspetta a Lotto. Dopo un paio di ere geologiche eccoli in lontananza, peccato che nel frattempo se n’è andato il Nappo... aspettiamo pure lui e poi finalmente il gruppo si avvia all’avventura. Mitrans, Rames, Diego, Protex, Nappo, Tessa, Rettans e Seregn entrano in metro. Si prendono i biglietti e già cominciano i problemi: che biglietto bisogno prendere per andare a Rho-Fiera? Il Mitrans e Diego decidono che non è un problema che vale la pena di porsi e senza il minimo scrupolo entrano nel treno da Outlaws, vantandosi di aver timbrato il biglietto normale. E si arriva a Rho-Fiera, e lì sì che arrivano i primi casini. “Ok, siamo qui, ma non credo che l’ospedale sia in fiera” ergo, dobbiamo trovare un modo di arrivarci. Bene, come? Considerando che la fiera è ben fuori Rho... All’uscita dalla metro vediamo che una scala porta verso una direzione chiamata “Rho Centro”, benissimo! “Meglio di così?” tutti belli contenti usciamo dalla stazione per trovarci nella desolazione più totale di un’area fieristica inattiva, con circa quattro anime intorno a noi nel raggio di un chilometro di cui forse una sola umana. Bene. E ora?
La fermata del BUS lì vicino recita una scritta inquietante: “linea 7 barrata”. Il gruppo è perplesso e tenta invano di capire il senso di quel “barrata”. Dopo qualche minuti e qualche ipotesi sparata a muzzo decidiamo di prendere il suddetto BUS poichè nella sua lista fermate recita la parola “chiesa”. Ottimo, pensano alcuni, primo perchè il padre del Mitrans aveva detto che l’ospedale era vicino alla cattedrale, secondo perchè normalmente la chiesa è nel centro di un paese. Dopo un po’ arriva il bus e saliamo, ovviamente anch’esso completamente deserto.

Non appena l’autista accende il motore e parte dubbi atroci assalgono i nostri eroi: sarà la strada giusta? Dopo un breve consulto si decide sul da farsi: la cosa migliore è mandare la Ila al macello, facendole chiedere all’autista quale fosse la direzione di quel frequentatissimo mezzo. L’autista in questione tenta in tutti i modi di liberarsi della ragazza che gli stà addosso e continua a fargli domande a macchinetta senza pietà, ma poi si arrende e le risponde che per andare in centro bisognava scendere al capolinea e camminare per 20 minuti buoni, oppure prendere la fermata prima e salire sulle linee 1 barrata, 8 barrata, o Saronno barrata. La situazione si fa sempre più inquietante. Ad ogni modo si decide per la prima opzione e quindi aspettiamo la fermata della stazione dei treni. All’arrivo la scena che ci si presenta davanti è alquanto agghiacciante: quattro pullman fermi e nient’altro. Niente. Da nessuna parte. Chiediamo agli autisti quando sarebbe partito il bus che ci avrebbe portato all’ospedale: “Venti minuti”. Eh no. Bene, “quanto ci mettiamo a piedi?” “10 minuti”, aggiudicato, si va a piedi. Così l’intrepido gruppo di esploratori si avvia nel territorio agreste e sconosciuto avendo come unica guida la frase “io ho visto il cartello per l’ospedale di là”, pronunciata dal Daygum in un momento di follia... Non avendo indicazioni migliori comunque ci avviamo in suddetta direzione. Dopo poche centinaia di metri però le cose si fanno difficili e il panico si radica nel corpo della Ila che comincia a chiedere ad ogni vivente del posto (ben pochi, precisiamo) dove fosse questo fantomatico ospedale. Finalmente un’umana di un bar ci dice di proseguire per un “lunghissimo” viale alberato, svoltare a sinistra una volta visto il santuario e che avremmo trovato l’ospedale sulla destra, poco dopo.

Sentito ciò ci avviamo per il viale alberato, che si rivela ben più corto di quanto ci era stato detto. Alla fine del viale, come predetto, c’era il santuario situato in un incrocio fra tre vie: dritto, sinistra e destra. Ebbene, noi andiamo dritti. Le indicazioni avevano detto sinistra, ma Ila è partita andando dritta, e come si sa non è bloccabile, se non quando si accorge di aver sbagliato. Così, non appena ci rendiamo conto che “l’imponente edificio bianco” che l’Ila aveva visto era tutto meno che un ospedale torniamo indietro. Nel frattempo un passante a cui l’iperattiva Ramez aveva chiesto indicazioni ci dice: “dovevate girare a sinistra all’incrocio”....Ottimo.
Prendiamo la famosa via a sinistra, camminiamo per un seicento metri buoni e finalmente vediamo l’ospedale. Chiamiamo il padre dello sgambo per sapere dove si trova ed entriamo. Il padre ci aveva detto: “Pediatria, sul piano rialzato”, e noi saliamo al primo piano, per poi ritrovarci in un reparto di terapia intensiva per novantenni. Un’infermiera ci spiega la situazione in una lingua solo lontanamente simile all’italiano e ci indirizza al piano terra. Incredibilmente, dopo la sgridata dei medici per il non essere arrivati in orario di visita, riusciamo a vedere Marco. Gli teniamo compagnia per un po’ mangiamo i pasticcini tutti insieme e ascoltiamo dalla madre la situazione, poi lo salutiamo e ce ne andiamo, ormai si stava facendo tardi. Ci viene però detto che di fronte all’ospedale si ferma un bus che porta direttamente a Molino Dorino o a Pero. Eccezionale! Ci precipitiamo alla fermata in questione e dopo due bus sbagliati finalmente arriva quello giusto. Saliamo. Non abbiamo i biglietti e il tipo ci rispedisce giù, dicendoci di comprarli in edicola e che ci avrebbe aspettato. Scendiamo tutti, TRANNE SEREGN, RETTANS E TESSA, CHE RIMANGONO SU E TORNANO A MILANO INFISCHIANDOSENE DEGLI ALTRI CINQUE. Ad ogni modo, compriamo i biglietti e rincorriamo il pullman per cinquecento metri, il Protex riesce a fermarlo al semaforo, ma vede dietro solo il Mitrans e il Nappo: la Ila era in lontananza e Diego non si vedeva neanche. Si scoprirà poi che Diego aveva perso la cavigliera ed era tornato a prenderla. Pullman perso, evvai.

Il gruppo di divide in due fazioni: chi vuole rimanere alla fermata e chi vuole andare alla stazione dei treni a piedi. Vince la prima proposta e per un’oretta buona rimaniamo fermi ad aspettare il bus successivo. Dopo calci alla cartella di Diego, compiti di algebra e due the freddi acquistati lì vicino arriva il pullman. Domandone: “chi ha i biglietti?”, Diego “Ce li ha il Protex”, Protex: “No, io non li ho”. PANICO TOTALE. Per qualche secondo i nostri eroi cominciano a sudare freddo: che fine hanno fatto i famigerati biglietti? Dopo initerminabili attimi, il Daygum candido e con un sorriso a 52 denti li estrae dalla tasca dicendo “Ops...”... Ci asteniamo dal commentare e saliamo sul bus. “Incredibile” pensiamo, “ce l’abbiamo fatta”. Una volta nel mezzo, questa volta pieno di gente, facciamo amicizia con un tipo dalle origini tuttora sconosciute che ci spiega che per prendere il metrò dobbiamo scendere dove sarebbe sceso lui. Dopo qualche battibecco sul sedersi/stare in piedi, scendiamo insieme al tipo. Il nostro salvatore alza il passo e ci semina, anche se riusciamo a stargli dietro per un po’ grazie al suo giubottino rifrangente, poi però curva e smettiamo di vederlo. Incredibile ma vero, una volta curvati anche noi, vediamo la fermata della Metro. E’ un momento di euforia totale. Qualche minuto per capire se i tanto sudati biglietti avevano ancora valore e poi siamo sulla banchina. All’arrivo del treno, Nappo entra e appena chiuse le porte, impreca. Aveva lasciato sul cestino sulla banchina il the preso prima, e neanche assaggiato. Ad ogni modo, il treno porta a casa tutti i componenti del gruppo, sani e salvi e con il ricordo di una giornata indimenticabile. Nel bene e nel male.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

nn l'ho ancora letto ma cmq....BELLLAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

Andrea ha detto...

e leggilooooooooooooooooo XDDD

Anonimo ha detto...

bella mitranssssss....qst commento io lo dedikerei a marco!!!!!!! torna presto!!!!!!!!!cmq nn dimentikiamoci k n proprio degli AGRESTI!!!!!! ahahhah..bel pomeriggio cmq...:D

Anonimo ha detto...

BELLLLLLAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA nn l'ho anc letto xò lo vedo carente di una cs.........la foto della cartella di diego in trasferta a rho!!

Anonimo ha detto...

mitrans e tutti gli altri 5, guardate che io avevo già timbrato il biglietto e pensavo che foste riusciti a convincere l'autista ad aspettarvi un momento per prendere i biglietti... comunque è stato un bastardo l'autista a nn aprirvi quando avete rincorso il mezzo...
inoltre a prendere i pasticcini c'ero anchio!!! a tutti i miei creditori, domani vi rimborso!!!
comunque bandiera bianca sul fatto dell'autobus, pace!!
vabbè, abbiamo fatto bene in conclusione ad andare a trovare il gamba, spero che abbia apprezzato il nostro gesto(che ci è costato un sacco di fatica)!! beh, tutto è bene ciò che finisce bene.
un'ultima cosa: GAMBA TORNA PRESTO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Anonimo ha detto...

un'altra cosa: belllllllllllllllllllllllllllllllllla mitrans il nostro blogger preferito

Anonimo ha detto...

bravi ragazzi! onore agli 8 (giusto??!sì mi sembra di sì) eroi di questa grande avventura!! speriamo k Marco si riprenda presto k manca a tutti! ciao! ps la prox volta ci andiamo tutti! magari un sabato...

Anonimo ha detto...

aggiornamento blog???!!!???